Oggi mi voglio rivolgere a tutte quelle persone che si sentono spesso inadeguate: non abbastanza in grado di svolgere quel lavoro, non abbastanza in grado di autoaffermarsi, di perseguire i propri sogni e desideri.
Questo articolo mi sta molto a cuore, perché il sentimento di inadeguatezza ha caratterizzato per molto tempo la vita di una paziente a cui tengo molto, che in questo articolo chiameremo F.
F. ha sentito la necessità di intraprendere un percorso psicoterapeutico quando ha iniziato a confrontarsi con il mondo del lavoro. In queste situazioni, si è resa conto di quanto – sebbene stesse svolgendo quelli che lei stessa definiva “lavoretti da studentessa” – tendesse a mettersi in una posizione di totale subalternità rispetto ai suoi superiori, rapportandosi a loro come se fossero importanti capi da cui dover ottenere approvazione.
Per molto tempo, F. ha giustificato queste sue modalità di rapportarsi all’ambiente lavorativo come un “semplice” tratto da stakanovista, una modalità tanto incentivata dalla nostra società, che – come sappiamo – punta tutto sull’iperproduttività, sul dare sempre il massimo ed essere ultra efficienti.
F. mi ha spesso parlato di momenti in cui ha provato paura e ansia anche solo nel doversi prendere un giorno di malattia. Ed è qui che ho potuto constatare come F. non sentisse la necessità di dedicarsi tanto al lavoro per amore di questo, ma perché spinta da forze di cui non era ancora consapevole.
La domanda da porsi in questi casi è:
I sacrifici che fai, li fai con sofferenza o con piacere?
Ogni volta che F. si trovava a dover esprimere un proprio bisogno al capo del momento, stava male e finiva per sacrificare sé stessa. A tal proposito, un giorno le ho chiesto cosa pensasse che sarebbe successo se avesse dato voce al proprio bisogno, autoaffermandosi.
“Credo che sembrerei meno professionale, meno efficiente. Un buon dipendente non dà problemi.”
Ecco, in un’unica risposta, F. aveva mostrato le sue credenze su sé stessa, sugli altri e sul mondo, unite anche a una bella “contaminazione” genitoriale.
Potremmo riformulare la risposta di F. in questo modo:
“Se non sono sempre pronta a rispondere ai desideri dell’altro, anche a costo di sacrificare i miei, ALLORA non sono ok.”
In altri termini: “Sei ok SOLO SE ti annulli compiacendo l’altro.”
Quando l’autogestione non basta
Cosa immaginate sia successo quando F. ha iniziato a progettare la sua attività privata, in cui non aveva alcun capo da compiacere?
Inizialmente mi aveva comunicato tutto il suo entusiasmo, pensando che – con l’autogestione del lavoro – avrebbe trovato la felicità, potendo stabilire in autonomia le proprie modalità operative, senza doversi piegare al volere dell’altro.
E invece così non è stato.
Il temibile “Altro” da rispettare e temere è diventato l’ipotetico pubblico a cui si rivolgeva. Ma anche conoscenti, familiari e amici, testimoni della nascita della sua attività.
È così che la sua ansia si è triplicata:
“Come posso presentarmi in modo professionale ai miei clienti? Clienti che possono avere necessità e richieste così diverse tra loro…
Come faccio a essere CERTA di essere sempre all’altezza?
Come posso riuscire a compiacere così tante persone, il 90% delle quali non conosco nemmeno?”
È diventato così chiaro, anche per F., come dentro di lei fosse attivo un dialogo interno molto svalutante.
Un “sei ok solo se…” corrisponde a un “a meno che tu non faccia come ti ho detto, NON SARAI OK”.
Si tratta di una situazione che nessun essere umano può tollerare.
Non solo F.: una dinamica diffusa
Quello di F. è solo un esempio, ma esistono molte situazioni di vita in cui può manifestarsi questa dinamica.
Pensiamo:
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Alle relazioni di coppia, in cui uno dei due partner tende a sottomettersi totalmente alla volontà dell’altro, arrivando talvolta ad accettare anche abusi verbali e/o fisici.
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A chi sacrifica le proprie aspirazioni, preferendo dipendere per tutta la vita da un superiore, ritenendo così di esporsi meno al rischio di fallimento.
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A chi non si mette mai alla prova, certo del proprio probabile fallimento.
Per queste persone, l’anticipazione costante di fallimenti e delusioni viene vissuta come miglior antidoto al dolore. Ignare delle auto-limitazioni che stanno già imponendosi.
Il non sentirsi mai all’altezza, mai abbastanza formati, da alcuni studiosi è anche chiamato sindrome dell’impostore: vivere con sentimenti di colpa e imbarazzo i propri successi, attribuendoli a fattori esterni e non alle proprie capacità, che vengono sistematicamente sminuite o ignorate.
Da dove nasce tutto questo?
Ahimè, mi dispiace dirlo, ma queste convinzioni su noi stessi, sugli altri e sul mondo le ricaviamo dalla nostra infanzia.
Questo non significa che abbiamo avuto genitori mostruosi che ci hanno costantemente svalutato o maltrattato (anche se, purtroppo, per alcune persone è stato così).
I nostri genitori, nella stragrande maggioranza dei casi, sono esseri umani con i loro momenti felici e i loro momenti di stress, che hanno fatto del loro meglio per crescerci nel modo più adeguato possibile, anche se a volte hanno sbagliato. È umano.
Il pensiero del bambino non corrisponde a quello dell’adulto che siamo oggi, né a quello che vorremmo essere.
Il pensiero dei bambini è magico: fatto di rigidità, limitazioni e intuizioni.
Un bambino può interpretare una piccola punizione, un confronto tra fratelli, o persino una semplice espressione del volto del genitore come un giudizio assoluto su sé stesso.
E questo può bastare per trarne una certezza sulla propria identità e sul modo in cui crede che proseguirà la sua vita.
E ora che siamo adulti?
Il primo passo è riconoscere le convinzioni errate che ci limitano.
Ad esempio:
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Non è vero che i dipendenti devono essere efficienti al 100%.
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Chiunque può ammalarsi e chiedere un permesso o una settimana di ferie.
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Ogni datore di lavoro ha la propria personalità e le proprie idee su come il lavoro dovrebbe essere svolto.
Esisterà il dirigente burbero, critico e pretenzioso, ma esistono anche bravi leader, che tengono conto delle esigenze dei propri dipendenti e che investono nel loro benessere fisico e mentale, consapevoli che da ciò dipende anche la qualità del lavoro svolto.
Non possiamo considerare corrette a priori le nostre convinzioni, altrimenti rischiamo di ricadere nel pensiero magico, onnipotente e dicotomico (bianco o nero) che avevamo da bambini.
Il cambiamento è possibile
Mettere in discussione le convinzioni che limitano la nostra autonomia è fondamentale:
ci aiuta a sviluppare un maggiore esame di realtà.
Ci fa capire che non esiste un solo modo di vedere le cose e che la realtà può anche differire dalle nostre aspettative.
Il passo successivo è: prendersi cura di ciò che si è scoperto.
Affidati a un esperto che possa aiutarti a riscoprire il tuo valore e il tuo diritto a vivere pienamente su questa terra.
Riconoscere che un certo aspetto della nostra vita ci fa soffrire è faticoso e doloroso,
ma è anche il motore principale del cambiamento.
I sintomi che sperimentiamo rappresentano una potenziale spinta evolutiva.
Un pensiero di Eric Berne
«La programmazione parentale non è la “colpa” dei genitori – dal momento che essi non fanno altro che trasmettere la programmazione ricevuta dai loro genitori – non più di quanto essi siano “colpevoli” dell’aspetto fisico dei loro figli, dato che si possono trasmettere soltanto i geni ricevuti dai loro antenati. […] Perciò, un genitore che vuole rendere il migliore servizio ai suoi figli dovrebbe scoprire qual è il proprio script [copione] e poi decidere se vuole trasmetterlo a loro. Se decide di non trasmetterlo, dovrebbe trovare il modo di cambiarlo per poter allevare principi dove dovevano essere allevati ranocchi. Non è un compito facile. Di solito è necessaria l’assistenza di un analista di scripts (copioni). […] Adesso è il momento di incominciare la programmazione dei genitori delle vere signore e dei gentiluomini del prossimo secolo. Se vogliamo che l’umanità sia migliore e più sana domani, dobbiamo incominciare a migliorarci e a guarire subito.»
Eric Berne – Fare l’amore