La somatizzazione: quando il corpo parla la sofferenza della mente

Molti individui utilizzano il corpo come principale canale di espressione delle proprie esperienze dolorose. Queste persone tendono a rivolgersi soprattutto a medici, o più raramente a psichiatri, giungendo allo psicoterapeuta solo come ultima risorsa, spesso con un atteggiamento di scetticismo difensivo. Tale sfiducia affonda le radici nel modo in cui, per secoli, è stato concepito l’essere umano nella cultura occidentale.

A partire da Cartesio — che distingueva tra res extensa (la sostanza corporea) e res cogitans (la sostanza pensante) — l’essere umano è stato visto come composto da due entità distinte e indipendenti: il corpo, inteso come realtà tangibile e suddivisibile in organi separati, e la mente, considerata responsabile della vita psichica.

Questa visione ha alimentato un modello meccanicistico e determinista, che ancora oggi, purtroppo, influenza parte del pensiero scientifico occidentale. Secondo tale impostazione, il corpo e il cervello si curano con i farmaci, mentre la mente si cura con “delle chiacchiere”, alimentando la convinzione che la figura dello psicologo o dello psicoterapeuta possa essere facilmente sostituita da professionisti non adeguatamente formati, come counselor, coach o addirittura amici fidati.

A partire dalla nascita ufficiale della psicosomatica nel 1818 con Heinroth, numerosi studiosi — tra cui Damasio, Engel, Sifneos, Lipowski e altri — hanno cercato di superare il dualismo mente-corpo. Grazie anche ai contributi fondamentali delle neuroscienze, oggi sappiamo che mente e corpo sono in una relazione bidirezionale e circolare: la mente influenza il corpo e, allo stesso tempo, è da esso influenzata.

Non esiste benessere autentico se è presente solo una buona condizione fisica o solo un equilibrio psicologico. La vera salute nasce dall’armonia tra la rappresentazione di sé come corpo e di sé come mente, e dall’integrazione e regolazione dei propri stati mentali — emotivi e cognitivi — rispetto alle esperienze somatiche.

La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità definisce oggi la salute non come semplice assenza di malattia, ma come il massimo grado di benessere raggiungibile. Le tecniche di neuroimaging hanno inoltre dimostrato in modo inequivocabile che la psicoterapia agisce sul cervello, generando modificazioni nei circuiti neuronali del tutto simili a quelle prodotte dalla terapia farmacologica. Questo ha contribuito a scardinare ulteriormente l’idea, ancora radicata, di una netta separazione tra mente e corpo (Gabbard, 2000).

Tuttavia, questa consapevolezza non è sempre presente nel sentire comune. Molte persone continuano a dubitare del modo in cui i propri stati d’animo ed emozioni possano influenzare il corpo, sottovalutando così il legame profondo tra sofferenza psichica e manifestazione di disturbi somatici.

 

Tornando al tema dei disturbi somatici, la tendenza a somatizzare è riscontrabile, come meccanismo di difesa, in vari casi clinici che possono essere posti su un continuum di gravità: nel polo meno grave la somatizzazione si manifesta nel saltuario mal di testa tipico degli eventi di vita stressanti; nel polo più grave si manifesta in veri e propri deliri somatici.

Nel DSM-5 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), i disturbi da sintomi somatici e altri disturbi correlati costituiscono una nuova categoria diagnostica all’interno della quale sono presenti i seguenti disturbi: disturbi da sintomi somatici, disturbo da ansia di malattia, disturbo da conversione, fattori psicologici che influenzano altre condizioni mediche e disturbo fittizio.

È interessante notare come, in quest’ultima versione del DSM, sia scomparsa l’ipocondria, la quale sembra corrispondere nel 75% dei casi al disturbo da sintomi somatici e nel 25% dei casi al disturbo da ansia di malattia.

Una caratteristica tipica dei pazienti somatizzanti è l’alessitimia (McDougall, 1989; Sifneos, 1973), cioè l’incapacità di riconoscere e di esprimere verbalmente le proprie emozioni. Alcuni dei pazienti somatizzanti appaiono anche dotati di un pensiero di tipo “operatorio”, ovvero caratterizzato da una sorprendente mancanza di fantasia, di espressione simbolica e da un investimento più sulle cose che non sui prodotti dell’immaginazione (Marty e M’Uzan, 1963). Le loro preoccupazioni tendono ad essere concrete e ripetitive (Joyce, Fujiwara, Cristall et al., 2013).

Si tratta di soggetti tipicamente privi di quella che in psicologia è chiamata “abilità di mentalizzare”, ovvero la capacità di comprendere i propri e gli altrui comportamenti.

Il disturbo da sintomi somatici è quel quadro clinico in cui sono presenti sintomi somatici per i quali il paziente vive un forte disagio e che portano ad alterazioni significative della vita quotidiana.

Tipicamente chi ne soffre presenta molteplici sintomi somatici contemporaneamente, ma a volte può essere presente un solo sintomo grave, più comunemente il dolore. I sintomi possono essere specifici, come un dolore localizzato, o aspecifici, ad esempio la spossatezza.

Il soggetto con disturbo da sintomi somatici attua pensieri sproporzionati e persistenti circa la gravità dei propri sintomi, che considera ingiustificatamente minacciosi, dannosi o fastidiosi (anche quando vi sono prove del contrario, alcuni pazienti continuano a temerne la gravità); ha un livello costantemente elevato di ansia per la sua salute o per i suoi sintomi e/o spende eccessivo tempo ed energie preoccupandosi di tali sintomi o del suo stato di salute.

Tali preoccupazioni possono assumere un ruolo centrale nella vita dell’individuo, diventando una caratteristica della sua identità e dominando le sue relazioni interpersonali.

 

Alcuni fattori di rischio aumentano la probabilità di essere interessati da disturbi da sintomi somatici e disturbi correlati, in particolare:

  • vulnerabilità genetica o biologica (per esempio, elevata sensibilità al dolore);

  • esperienze traumatiche e stressanti precedenti (violenza, aggressioni, abusi, gravi problemi di salute ecc.);

  • fenomeni di apprendimento distorto legati alla malattia (per esempio, malattia come mezzo per attirare l’attenzione);

  • elementi culturali/norme sociali che tendono a porre in secondo piano o a non considerare gli aspetti psicologici del malessere, concentrando l’attenzione sulle componenti fisiche;

  • una precedente diagnosi di disturbo depressivo o d’ansia;

  • avere, o essere in ripresa da, una condizione medica;

  • un’elevata familiarità con patologie fisiche;

  • un pattern di esperienze precoci con dei caregiver che non sono stati in grado di promuovere la loro capacità di formare delle rappresentazioni mentali delle emozioni, lasciando così che fosse solamente il corpo a veicolare quei contenuti che non potevano essere veicolati o comunicati (Van der Kolk, 1994);

  • avere un basso livello di educazione e di status socio-economico.

Come prevenire l’insorgere di questi disturbi:

  • Se soffri di ansia o depressione, ricorri ad un aiuto professionale il prima possibile.

  • Impara a riconoscere quando sei particolarmente stressato e come lo stress influenza il tuo corpo.

  • Se credi di soffrire di uno dei disturbi correlati ai sintomi somatici, cerca aiuto prima che i sintomi peggiorino.

Il primo passo della terapia è indirizzato a cercare di capire quali sono i fattori psicologici che hanno innescato il disturbo da sintomi somatici e ad analizzare il legame esistente tra l’andamento dei sintomi fisici e il livello di ansia e preoccupazione per la salute.


Bibliografia

  • AMERICAN PSYCHIATRIC ASSOCIATION (2014). DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Milano: Raffaello Cortina.

  • LINGIARDI, V. & McWILLIAMS, N. (2018). PDM-2. Manuale Diagnostico Psicodinamico. Milano: Raffaello Cortina Editore.

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