Qualche giorno fa mi è ricapitata tra le mani la mia tesi di laurea triennale, dedicata all’analisi psicologica dei social network. Mi ha fatto sorridere notare che risale all’anno accademico 2011/2012. A quei tempi, Facebook era già entrato nella vita di molti, ma per una parte della popolazione – in particolare i più adulti – rappresentava ancora un mistero.
Instagram iniziava appena a farsi conoscere in Italia, soprattutto tra i più giovani, ma era ben lontano dall’essere il fenomeno globale di oggi (ormai superato da social ancora più recenti, come TikTok, amatissimo dalle nuove generazioni). All’epoca, Instagram era solo una bacheca di foto: niente “storie”, niente “filtri” che modificano la realtà e la nostra immagine.
Il 2012 può sembrare vicino, ma ripensando ai passi da gigante fatti in termini di tecnologia – smartphone, tablet, piani dati e nuovi social – sembra quasi un’altra epoca.
Leggere oggi quel “vecchio” elaborato ha riacceso in me il desiderio di riflettere su quanto è cambiato il nostro rapporto con i social.
Quanto di ciò che scrissi all’epoca è ancora valido?
E soprattutto: che ruolo hanno oggi i social network nella nostra vita – in particolare in quella degli adolescenti – tra opportunità e rischi?
La mia impressione è che sì, molte delle riflessioni di allora siano ancora attuali… forse ancora più di prima.
L’uso dei social si è esteso e approfondito, arricchendosi di nuove funzionalità.
Se un tempo li utilizzavamo soprattutto per restare in contatto con amici già conosciuti, oggi sono anche strumenti per conoscere nuove persone, creare relazioni professionali, esprimere sé stessi e coltivare aspirazioni personali.
Dalla comunicazione alla costruzione del Sé
I social hanno ampliato i confini della comunicazione tradizionale, trasportandola in una dimensione virtuale che sfuma i limiti del reale. La distinzione tra online e offline si è fatta sempre più labile, dando vita a quella che Riva (2009, 2010) e Van Kokswijk (2003) definiscono interrealtà: uno spazio ibrido in cui le esperienze digitali e reali, pubbliche e private, si fondono. Il mondo virtuale influenza quello reale – e viceversa.
In questo contesto, ogni individuo può “modellare” la propria immagine online. La rete diventa uno spazio in cui sperimentare, osservarsi, raccontarsi. È possibile, ad esempio, costruire una rappresentazione ideale di sé: scegliere una foto, usare un filtro, adottare uno pseudonimo.
Come osservava già nel 1997 la psicologa americana Sherry Turkle, i nuovi media offrono un contesto ideale per esplorare le molteplici sfaccettature della nostra identità – un processo essenziale non solo in adolescenza, ma anche in età adulta.
Ma c’è un rovescio della medaglia.
Nei social, anche gli altri partecipano alla definizione della nostra identità sociale.
Come sottolinea Galimberti (2011), si tratta di un processo di intersoggettività enunciativa: siamo ciò che siamo anche in base a come gli altri ci vedono, commentano, taggano.
Un’immagine, un post, un commento possono trasformare – anche in modo imprevedibile – la percezione che gli altri hanno di noi.
E nei casi più gravi, come il cyberbullismo, possono avere conseguenze drammatiche.
Il risultato è un’identità fluida, plurale, ma anche fragile.
Per un adolescente in costruzione, questa precarietà può diventare fonte di disagio.
I rischi della dipendenza
A tutto questo si aggiunge un rischio sempre più presente: quello della dipendenza dalla tecnologia e dai social, visti come unica fonte di controllo e sicurezza in un mondo incerto.
Irritabilità quando si è interrotti online, uso compulsivo, difficoltà a staccarsi, calo delle relazioni “reali” – sono alcuni dei sintomi più comuni (Kraul et al., 1998).
Secondo la psicologa Kimberly Young, le persone più vulnerabili a un disturbo da dipendenza da internet sono quelle tra i 15 e i 40 anni, spesso con fragilità pregresse o difficoltà relazionali. La rete può diventare un rifugio, un luogo dove evitare le fatiche della realtà. Un fenomeno estremo è quello degli hikikomori – ragazzi che scelgono l’isolamento sociale totale, chiudendosi in casa anche per anni.
Il meccanismo di fondo è ben noto in psicologia: si attiva il circuito dopaminergico, lo stesso coinvolto nelle dipendenze da sostanze o dal gioco d’azzardo.
Ogni notifica, ogni like, ogni messaggio diventa un rinforzo che ci spinge a tornare, compulsivamente, a controllare.
Il rischio?
Perdere la capacità di tollerare la frustrazione, elemento fondamentale per uno sviluppo psicologico sano.
Un dato curioso a conferma di questo rischio arriva da un’indagine dell’Associazione Di.Te. (Dipendenze tecnologiche, GAP, cyberbullismo) in collaborazione con Skuola.net:
su un campione di oltre 9.000 ragazzi tra gli 11 e i 21 anni, sebbene il 90% abbia dichiarato di usare il web per restare in contatto con gli altri, ben il 74% ha ammesso di sentirsi comunque solo.
Una tecnologia che ci connette, ma che non sempre ci fa sentire davvero connessi.
Educare a un uso consapevole
Il punto di partenza, oggi più che mai, è l’educazione digitale.
È importante stabilire delle regole nel contesto familiare che possano valere per i ragazzi ma anche per i genitori.
Oggigiorno, non sono solo gli adolescenti ad aver sviluppato una sorta di dipendenza dai social media, ma anche gli stessi adulti.
I bambini apprendono da noi il modo in cui comportarsi, e spesso ci emulano anche nel comportamento digitale.
È fondamentale quindi:
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dare l’esempio
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stabilire regole condivise
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creare spazi liberi dagli schermi – come i pasti in famiglia o le gite fuori porta.
Ai genitori “non digitali” suggerisco di colmare il divario.
La distanza digitale tra genitori e figli può tramutarsi anche in distanza relazionale.
Non avere consapevolezza circa questi luoghi virtuali in cui i ragazzi, ma anche sempre più bambini, trascorrono gran parte della giornata ci impedisce di essere pronti a riconoscere e ad agire in caso di comportamenti a rischio.
Il concetto da ricordare è semplice:
Non si può proteggere un figlio da ciò che non si conosce.
Bibliografia
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Del Miglio, C., Gamba, A., & Cantelmi, T. (n.d.). Contributo allo studio di variabili psicopatologiche correlate all’uso-abuso di internet.
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Marone, F., & Striano, M. (2012). Cultura postmoderna e linguaggi divergenti. Milano: FrancoAngeli.
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Riva, G. (2012). Psicologia dei nuovi media. Bologna: Il Mulino.
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Riva, G. (2010). I social network. Bologna: Il Mulino.
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Galimberti, U. (2011). Il corpo. Milano: Feltrinelli.
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Turkle, S. (1997). La vita sullo schermo. Milano: Feltrinelli.
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Kraul, R. et al. (1998). Psychopathology and internet use.